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lov 019 || Io amo lei || Diaframma || Irene Ticarmina

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* cassettina vincitrice del contest IO AMO LEI

Scheda – A cura di Tiziana Lo Porto
Illustrazione di Irene Carmintati
Racconto di Veronica Fusato

 

Io amo lei (4’ 11’’)

Diaframma – 1990

C’è questa cosa delle canzoni d’amore. Che è anche la ragione per cui le ragazze si innamorano dei cantanti. Vedere qualcuno che da sopra un palcoscenico canta a squarciagola che le ama. Ma non è soltanto questo. È lo struggimento. Lo struggimento che deve attraversare il cantante prima di scrivere una canzone d’amore sapendo che la cosa migliore che gli potrà capitare è che finirà su un disco e quel disco lo farà diventare famoso e si ritroverà a cantarla per anni ai concerti e ci saranno musicisti entusiasti che nemmeno conosce che ci faranno cover che nemmeno gli piacciono e intanto forse lui s’è dimenticato delle ragazza della canzone e forse non l’ama più oppure l’ama solo in quei 4 minuti e 11 in cui canta la canzone che nel lungo periodo per una storia d’amore è comunque una buona durata. C’è questa canzone che si chiama direttamente Io amo lei. Così. Senza girarci intorno. L’ha scritta Federico Fiumani ed è nel disco dei Diaframma del 1990 In perfetta solitudine. Dice: “l’intensità del suo sorriso”. Dice: “per lei, vivo solo per lei, per lei, io, pazzo sono per lei”. Dice: “se amore è qualcosa e voglio darne conto solo a me stesso”. Che non è nemmeno perché lo dice, è come lo canta.

 

Irene Ticarmina

Sono Irene (Carminati).
Lavoro a volte come grafica e illustratrice. Mi piace camminare, guardare le persone, girare per le città e i posti meno abitati. Vivo a Milano.

 

Racconto – Io amo lei

Siamo gente semplice. Quando siamo piccoli stiamo a casa con le nostre sorelle più grandi o nonne. I nostri padri li vediamo poco perché lavorano. Andiamo a scuola ma non ci applichiamo. Cresciamo con pochi soldi e per questo la scuola la lasciamo perdere e ci troviamo un lavoro in un bar, in campagna o sotto qualcuno che ha un’impresa edile. Facciamo i figli presto, a volte perché andavamo con una dai tempi della scuola: un giorno lei rimane incinta e anche se siamo poveri, siamo comunque dei bravi ragazzi e allora ci sposiamo. Io invece, con le donne non mi sono mai trovato. Mi faceva fatica corteggiarle e tutto di loro, la verità, mi ha sempre messo a disagio. Io ero così prima di incontrare Nadina.

Nadina lavava i portoni ma non era il suo solo mestiere, poi ho scoperto. Lavorava in una delle piazzole sulla 98. Se scrivi su Google “strada statale 98” ti viene fuori subito “prostitute”. E di fatti non c’è, diciamocelo, tanto da girarci intorno. All’epoca Google non c’era ancora ma certe cose le sapevano comunque tutti. Tranne me forse, che come mi dicevano al militare al Nord, a Ferrara, sembrava che ero cresciuto nella stanza dei salami.

Nadina faceva quel mestiere prima di incontrami. Ma anche mentre ci conoscevamo, mi sono venuti a dire poi, lo faceva ancora. Io ero già grande quando l’ho incontrata, avevo 36 anni e questa ragazza che veniva da Valona appena 24. Mia mamma, che ha lavorato al bar dell’angolo di via Mazzini tutta la vita e di acqua sotto i ponti ne ha vista passare, aveva perso le speranze di vedermi sposato. Del resto eravamo in cinque e che uno – l’ultimo figlio – non le fosse uscito bene se ne era fatta una ragione.

Quanto a me, quando ero ragazzino parlavo poco e niente. Passavo tanto tempo da solo a immaginare delle cose che non erano vere ma che erano meglio di quelle vere, e tanto mi bastava. Immaginavo di avere dentro di me un’isola dove rifugiarmi quando le cose nel mondo esterno si mettevano male. Nadina era diventata per me questo. La Fiat 127 parcheggiata in campagna dove ci davamo appuntamento era come quell’isola. Gli ulivi complici erano il nostro mare. E anche se io non ero esattamente un principe azzurro, lei era contenta di avere qualcuno che le volesse bene. Credo. Lei era bella. E io, la verità, ero pazzo di lei. Chiaramente se i miei fratelli e mia madre non avessero mai saputo, dopo sarebbe stato più facile.

Nadina non mi parlava mai del posto da dove veniva, dei primi anni in Italia, di chi l’aveva portata qui. “Adesso che siamo insieme, dimentichiamoci il passato” diceva, seduta sulla sedia di plastica a fili gialli intrecciati, di quelle che si trovavano all’epoca nei bar dei paesi. Chissà se in Albania ce le avevano quelle sedie coi fili di plastica nei bar. Chissà se Nadina aveva guardato Italia ‘90 seduta su una sedia come quella. Chissà se Nadina se l’immaginava, che dall’altra parte del mare c’era, non solo l’Italia, ma pure io. Chissà cosa voleva, sperava, desiderava. E cosa invece aveva trovato. A me non restava che ipotizzare e supporre. Le mie domande non avevano mai risposta. Lei ogni volta si cacciava all’indietro i capelli castani come a volersi gettare una manciata di anni e sale alle spalle. E a me quel gesto mi toglieva il fiato. E ogni dubbio. Non volevo sapere.

Siamo sempre stati poveri ma onesti e non ci siamo mai mischiati con la gente di merda, su questo concordo. Ma anche quando i miei fratelli grandi me lo sono venuti a dire, che con Nadina da quando era arrivata nel ‘91 c’era andato tutto il paese, beh, per me non è cambiato niente. Io Nadina l’ho voluta lo stesso.

 

Veronica Fusaro

Veronica Fusaro è nata 30 anni fa e da allora è preda di facili entusiasmi. Vive tra Bologna e Bruxelles tormentandosi per svariate cose, tra cui l’impatto della propria impronta ecologica. E’ capace di ascoltare la stessa canzone anche 40 volte di fila. Possiede l’edizione russa di un vecchio vinile dei Beatles, la radiolampada arancione Europhon e poca pazienza.

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